Star Wars: Episodio VIII – Gli ultimi Jedi

Il Primo Ordine impera

Una semplice frase, immenso incipit dell’immancabile opening crawl, è sufficiente per inquadrare la situazione in cui imperversa la Galassia. Dopo la distruzione della Base Starkiller, il Primo Ordine scopre l’ubicazione del quartier generale della Resistenza su D’Qar. L’evacuazione dal pianeta decima le forze ribelli che sono costrette a una fuga disperata. Generali e ammiragli del Primo Ordine, pomposi e arroganti come da manuale starwarsiano, schierano gigantesche astronavi e potenti cannoni, ma (qui) anche subdole tecnologie che mettono in serio pericolo la sopravvivenza del nugolo di ribelli ormai a corto di carburante.

In linea con le dinamiche di Battlestar Galactica, il lungo prologo mostra la spettacolare schermaglia tra le parti in gioco; tuttavia i pezzi più importanti non sono le veloci navicelle (fornite da avidi mercanti che traggono profitto dal conflitto come nella grigia società contemporanea a cui il creatore George Lucas rivolse lo sguardo concentrando il male insito nella natura umana in un unico personaggio calcolatore e manipolatore, il burattinaio Darth Sidious), ma i vitali e determinati personaggi che, componendo un ensamble peculiare e sfaccettato, riescono a sostenere un meccanismo narrativo solido ed efficace e purtroppo sconosciuto alla trilogia prequel, se non ne La vendetta dei Sith. A dir poco, stellare.

Il sacrifico di un cuore impavido, arso di speranza, è necessario affinché gli altri cuori possano continuare a battere. Questo è il “nuovo” livello narrativo de Gli ultimi Jedi, una concezione di Conflitto, Sacrificio e Speranza di cui già il bellico Rogue One era portatore, ma non a caso innestata nella saga episodica con forza dirompente da Rian Johnson, regista e sceneggiatore, che dimostra rispetto e amore incondizionato verso la saga e desiderio di dirigersi verso l’ignoto. Verso una nuova speranza.

Una fiaba non più mitologica, ma contemporanea

Star Wars ha sempre avuto uno spirito fantastico/mitologico coperto da un velo di fantascienza che ne definisse la forma. Il mito arthuriano, i costumi feudali orientali e le opere di Frank Herbert e Isaac Asimov sono state le principali fonti di ispirazione a George Lucas per plasmare la sua creatura. Il finale de Il ritorno dello Jedi (1983), episodio conclusivo dell’esalogia lucasiana, presagisce un lieto fine “e vissero per sempre felici e contenti” da classica favola senza tempo.

Trent’anni dopo, ritroviamo gli stessi eroi calati in una veste diversa e inaspettata in un ruolo molto più impegnativo. J.J. Abrams e Lawrence Kasdan con Il risveglio della Forza, primo tassello dell’era Disney, presentano nuovi personaggi, affiancandoli ai vecchi eroi nobilitati a leggende viventi di cui raccolgono la pesante eredità, e li calano in un contesto familiare. Distanti dall’essere le immortali icone fiabesche che furono, divenuti ritratti di un’umanità contemporanea verso cui è più facile provare empatia, i beniamini creati da George Lucas affrontano il “lato più oscuro” che in loro si cela e li consuma.

Personaggi stellari

Gli ultimi Jedi è un’opera articolata, ricca di personaggi posti di fronte a complicate e, a volte, mortali scelte etiche che muta il genere per addentrarsi in lidi più tenebrosi, ma non così distanti dal capolavoro L’Impero colpisce ancora. Rian Johnson ridefinisce la saga: intesse la trama di plumbee tonalità comportamentali dai forti contrasti morali. Splendido esempio è DJ (Benicio del Toro), disonesto furfante che bazzica il casinò dell’esotica città di Canto Bight sul pianeta Cantonica; personaggio affascinante di cui è difficile capire le mutevoli intenzioni, ma indispensabile per dare una chance alla Resistenza.

DJ può ricordare Lando Calrissian e la sua corrotta corrente di pensiero, ma al contrario dell’amministratore di Cloud City non si schiera. Un mercenario indipendente che si vende al miglior offerente senza preoccuparsi delle conseguenze. Uno spirito indomito, come il seme di ribellione che mette radici nel cuore di un gruppo di bambini che spezza le catene e permette a selvaggi quadrupedi purosangue di fuggire dagli schiavisti e conquistare la Libertà. Un importante monito da non sottovalutare.

Luke Skywalker, Sua Altezza reale Leia, il padre Anakin, il contrabbandiere Han Solo, il mentore Obi-Wan Kenobi si identificano con gli eroi dei poemi epici; mentre il potente Yoda e il machiavellico Palpatine rappresentano mistici saggi ai due “lati” della Forza, quell’ancestrale campo di energia, creato da tutte le cose viventi, che mantiene unita la Galassia. Sono immortali nella memoria e circondati da un’aura di magia e regalità che li cangia od oscura, come intessuti su arazzi che adornano immensi saloni medioevali.

I novelli Rey (Daisy Ridley), Kylo Ren (Adam Driver), Finn (John Boyega) e Poe Dameron (Oscar Isaac), invece, camminano in bilico sulla sottile linea che separa Bene e Male, si addentrano in profonde caverne psicologiche rimanendone imprigionati, come fossero in un limbo di complessa definizione, per poi riemergere rinforzati dagli eventi con rinnovata e, per alcuni, ritrovata contezza spirituale.

LA PAURA DI LUKE

La fortuna della canaglia che arrideva ad Han Solo non sostiene i Jedi i quali, guidati da saggezza ed esperienza, sono entrati nel mito dopo essere stati sconfitti in un ferale gioco di potere, poiché arroganti e assolutisti; così come anche la loro fede, la cui testimonianza è racchiusa in tomi di sapienza custoditi su Ahch-to, rifugio dell’ultimo Jedi della Galassia, popolato da antichi custodi e dagli adorabili Porg (che rimandano la mente ai lucasiani/hensoniani Ewok). Luke Skywalker (Mark Hamill) non è paragonabile al vecchio Obi-Wan Kenobi: dopo aver fallito con Ben Solo, va in esilio e si nega alla Forza.

Luke è dominato dalla Paura. Il profondo terrore di fallire (ancora) durante l’addestramento della giovane Rey che muove i primi passi in un mondo più vasto. Paura verso la Forza stessa e il cuore dell’isola, specchio e tentazione del Lato oscuro sommerso da energia negativa, come la grotta su Dagobah. Il rapporto tra Rey e Luke non è condito dalla frizzante sagacità del “pirata” Han Solo (strappato dalla Galassia), ma più profondo, difficile e articolato. Rey non vede in Luke una figura paterna, ma un mentore distaccato i cui insegnamenti le permettono di esplorare un “lato” di sé di cui conosce ben poco; tuttavia il saggio eremita nulla può contro il fervore dell’avventata adepta, scrigno di immenso e incontrollabile potere, che, tentata da crudeli rivelazioni, fa della redenzione di Kylo Ren la sua missione.

Un’impresa analoga a quella di Luke ne Il ritorno dello Jedi da cui questo episodio trae chiara ispirazione (con tanto di citazioni letterali), ma con una differente parabola narrativa. Solo alla fine Luke decide di rompere il silenzio con la Forza e tornare a essere il simbolo di pace e giustizia di cui la Galassia ha disperato bisogno: un Obi-Wan Kenobi ritrovato, protagonista di uno dei “duelli” più coraggiosi e simbolici della saga che culmina in un trascendente addio al cospetto di un toccante e conosciutissimo panorama. Da elegiaco a epico.

LE CONVERSAZIONI DI REY E KYLO REN

Un’aura di epicità pervade l’intreccio delle parabole dei due giovani protagonisti che si incontrano nuovamente, procedono insieme in armonia sinusoidale, si dividono, come pezzi di una spada (generazionale) frantumata e, infine, completano la loro caratterizzazione. Rian Johnson usa un escamotage narrativo a dir poco geniale. Attraverso la Forza, Rey e Kylo Ren intavolano discussioni cariche di emozione e sentimento ad anni luce di distanza. Questo permette loro di crescere ed evolversi reciprocamente fino a scoprire l’origine della frattura nel cuore ferito di Kylo Ren e di tale artefatta simbiosi.

Un’evoluzione che ha dell’incredibile e dimostra come le scelte narrative di Rian Johnson aprono a un territorio inedito mai esplorato e forse mai previsto dal creatore George Lucas. Non v’è più netta distinzione tra Bene e Male, Luce e Oscurità, ma un cristallino arcobaleno dalle neutre tonalità grondante giallo oro e rosso sangue, come lo sfavillante incresparsi della lucente spada “bastarda” di Kylo Ren che, attanagliato dal dubbio, persegue un personale viaggio di redenzione. Una folle crociata idealistica non prevista dall’onnipotente, ma per nulla onniveggente, Snoke.

IL POTERE DI SNOKE

Asserragliato in una gigantesca astronave e protetto da guardie pretoriane, come l’Imperatore, il Leader supremo (Andy Serkis in motion capture) di questo nuovo ordine di cose si erge altissimo ed elegante, quasi opulente nella dorata veste, su un oscuro scranno posto davanti a una tela rosso fuoco, specchio deforme e senz’anima della sua passione. Snoke ha illimitato Potere. Non disvela nulla di sé, né delle sue origini. Fa leva sui fragili e confusi sentimenti del protetto Kylo Ren per farlo cedere completamente al Lato oscuro e condurre da lui la giovane Rey per conoscere l’ubicazione dell’ultimo Jedi.

La parabola di Snoke è quantomai grottesca, ma necessaria per completare il viaggio di Kylo Ren verso un’irreversibile dannazione. Sconfitto in modo subdolo dal suo apprendista, similarmente a come perse la vita Darth Plagueis il Saggio per mano di Darth Sidious, Snoke non vede oltre l’infinito limite del suo Potere. La sua uccisione plasma il carattere di Kylo Ren, poi temprato nel Lato oscuro dal rifiuto di Rey a seguirlo nella sua impresa. Ancora una volta un maestro del Male è distrutto dall’allievo. Inaspettatamente ciclico.

IL SOTTOMESSO GENERALE HUX, IL CAPITANO PHASMA E IL SUO (DIS)ONORE

Il generale Hux (Domhnall Gleeson), sbraitante ufficiale comandante del Primo Ordine, non riesce a emergere ed è continuamente sbeffeggiato. Nutre nei confronti di Kylo Ren un odio generato dalla competizione per il potere; distante anni luce dalla grandezza di Tarkin e dalla splendida caratterizzazione di Krennic.

Dopo la perdita del Leader supremo è perso e traumatizzato, non coglie l’occasione di sostituirlo poiché ostacolato dal più potente e carismatico Kylo Ren che lo mette in ombra e gli lega al collo un altro guinzaglio. Ed è ancora più amareggiato. Anche il capitano Phasma (Gwendoline Christie), reduce dalla spiacevole visita al compattatore di rifiuti sulla Base Starkiller, non trova maggior spazio; tuttavia le è concesso un momento tutto suo in un ferale duello di vendetta contro il traditore del Primo Ordine. Un ultimo intenso sguardo, carico di rancore e disappunto, trafigge il suo elmo e incrocia quello di Finn per poi perdersi nelle fiamme. Effimero, ma intenso.

IL CORAGGIO DI FINN, L’AMORE DI ROSE

Finn affronta i propri dèmoni: dopo aver disertato dal Primo Ordine e aiutato la Resistenza a distruggere la Base Starkiller, veste i panni di un ufficiale per infiltrarsi tra le fila del nemico e compiere un’audace missione vitale.

Se Finn ne Il risveglio della Forza è costretto a fuggire e prova paura verso il Male che nutre il Primo Ordine, ne Gli ultimi Jedi, lungo il viaggio (di formazione) stringe una splendida amicizia, fondata sulla semplicità e sulla forza dell’amore (che travalica ogni cosa), con Rose Tico (Kelly Marie Tran), rivelazione di questo episodio. Rose, a cui nel lungo prologo Rian Johnson dona un eccezionale background psicologico facendoci conoscere la sorella Paige, è parte integrante di questa evoluzione che trasforma Finn in un paladino senza macchia né paura a bordo di un destriero meccanico che sfreccia nel deserto per salvare la Principessa. Per salvare Tutti. Cavalleresco.

LA TEMPRA DI LEIA, LA POSSANZA DI POE

Leia (Carrie Fisher nella sua ultima e commovente interpretazione) è un generale più che mai presente. Le forze partigiane sono braccate dal Primo Ordine in quello che è un lento e coinvolgente inseguimento nello spazio di “sventrante” conclusione a velocità luce (un bellissimo affresco spaziale). Leia ha un ruolo più rilevante rispetto a Il risveglio della Forza, oltre a dimostrare una volta per tutte di avere nelle vene sangue di Anakin Skywalker.

Dove Ira e Odio consumano Anakin, mutilato, lasciato agonizzante e abbandonato dal suo maestro tra le fiamme della dannazione, qui Volontà e Speranza dominano Leia che reagisce (contrariamente alla madre Padmé) a una condizione estrema e avversa grazie alla Forza. Non è solo Generale. È una guida. Un faro di luce che dirige la Resistenza verso la salvezza. Verso il desertico pianeta salino Crait, l’ultima spiaggia, i cui solchi sulle immense distese bianche sanguinano polvere rossa; teatro dello scontro finale tra gli immensi camminatori del Primo Ordine e i piccoli speeder di fortuna della Resistenza.

Poe Dameron è l’archetipo del ribelle senza macchia né paura. L’eroe che tutti vorremmo essere. Come ne Il risveglio della Forza dimostra un’inesauribile energia: pur di dimostrare il suo valore, vincere il Primo Ordine e salvaguardare l’esistenza della Resistenza, avventatamente va contro gli ordini del Generale Leia e si ammutina contro il Vice Ammiraglio Hondu (Laura Dern) che rimane nella memoria (anche per la violacea acconciatura). Riconoscendo in Poe il futuro leader della Resistenza, Leia gli affida la più importante delle responsabilità in un bellissimo passaggio di testimone.

Un monolito stellare

Frequenti primi piani permettono di scrutare nel profondo l’animo dei personaggi. Occhi colmi di paura e incertezza. Anche nelle battaglie, Rian Johnson dimostra maestria registica attraverso piani sequenza da mozzare il fiato e grande coraggio per aver osato chiedere così tanto alla saga, diventata ormai il suo parco giochi. L’aver portato i personaggi a un livello successivo in modo così rischioso fa sorgere molte domande su ciò che Star Wars è diventato. Una strada buia è stata intrapresa e per sempre segnerà il suo destino; tuttavia, alla fine, dopo aver destrutturato il mito, Rian Johnson ne potenzia la struttura rimettendo i tasselli al posto di sempre e dona all’episodio una delle conclusioni più belle e significative viste nella saga.

Il titolo “Gli ultimi Jedi” è corretto, sarebbe stato riduttivo al singolare. Questo perché i Jedi che abbiamo imparato a conoscere sono destinati all’oblio, mentre una nuova generazione è pronta a impadronirsi del proprio destino e a far breccia nel cuore della Galassia. Nel cuore di tutti noi. Perché ognuno di noi potrebbe essere un Jedi. Basta solo crederci, in barba alla ristretta cerchia oligarchica di élite composta da pochi privilegiati, saggi mistici, unici utilizzatori della Forza. Il gotha della Galassia.

Sta proprio qui il concetto cardine che riporta a Guerre stellari (quando ancora non esistevano gli episodi e l’idea di una saga era ancora nella mente del suo creatore). La definizione di Forza lucasiana acquista ancor più importanza e Rian Johnson non solo la rispetta, ma la idolatra inginocchiandosi davanti al monolito stellare.

Da menzionare la potente fotografia di Steve Yedlin, i bellissimi costumi di Micahel Kaplan che rispecchiano lo stato d’animo dei personaggi, la scenografia splendidamente retrò di Rick Heinrichs e Richard Roberts e l’emozionante musica del sempiterno John Williams. Il Maestro della saga è nostalgico e il suo timbro è inequivocabile. Con Il risveglio della Forza ha gettato bellissime basi musicali che esplora nuovamente con rinnovato vigore. Una colonna sonora funzionale che funge da raccordo tra le trilogie richiamandone i temi più iconici, magici e oscuri. Perfetta nel suscitare commozione nei momenti più intensi.

Momenti comici che spezzano la tensione non mancano e non stonano, seppur marcatamente disneyani; tuttavia è doveroso ricordare come George Lucas, fin dall’inizio, avesse impresso nel DNA della sua creatura un certo timbro: frasi ad effetto e gag ilari (alcune stucchevoli a dir poco) che avvicinassero la più ampia gamma di pubblico possibile. Non da rinfacciare dunque a Rian Johnson l’utilizzo di “intermezzi” estranei al contesto che asserviscono al mero scopo di rendere più fruibile la durata dell’episodio, che supera quella di ogni pellicola della saga.

In ogni caso, quando un’opera rende omaggio alla sua stessa parodia, non solo dimostra completezza di spirito, ma anche e soprattutto una squisita e sorprendente autoironia, in dote alle menti più brillanti.

Gli ultimi Jedi si erge come un monolito che svetta altissimo nel firmamento della space opera generazionale per eccellenza che, dopo il reverenziale risveglio da un letargo durato troppi anni, giunge a una dimensione inedita.

Rian Johnson cambia veste alla saga. Va oltre il concetto di Bene e Male, Luce e Oscurità. Ridefinisce il concetto di Forza e lo espande. Evolve e meglio definisce i fantastici personaggi che in ammaliante sinergia partecipano a un viaggio ricco di colpi di scena strabilianti.

Gli ultimi Jedi è il degno erede spirituale de L’Impero colpisce ancora a cui si accosta con egual potenza e immaginifica bellezza.

 

Alessandro Pin
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