Valentino Rossi VS Marc Marquez

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Posso dirlo? Valentino Rossi non m’ha mai fatto impazzire.

Ho sempre ammirato serenamente i suoi risultati, applaudito le sue prodezze e goduto pacatamente dei suoi successi come si contempla un grande autore di fronte al suo percorso artistico, fatto di capolavori, guizzi di genio, cadute, rinascite e qualche evitabile bruttura.

Mi sono sempre fermato con una punta di disagio alle soglie del tavullismo, dell’uccismo, delle tribune canarino, del cavismo, del ranchismo, dell’atteggiamento mediatico nazionale medio – troppo spesso acriticamente e semi-plebiscitariamente prono -, della risatina pronta e della leccatina garantita da mille microfonati di turno di fronte a qualsiasi suo gridolino, perché forse per età, indole e formazione, mi trovo ad avere altri modelli.

La sua classe pura m’ha sempre affascinato, la sua passione vera e cristallina per le corse l’ho ammirata e l’ammiro, ma non mi ha mai convinto quella sua genialità obliqua e lampeggiante volta puntualmente a tirarla in culo ai colleghi ostentando il sorrisetto incolpevole e disarmante, da verginello tra gli scopatori, ecco.

Mai intruppato nel rossismo trionfante, ho sempre evitato l’anti-rossismo incarognito, ritenendolo la faccia uguale, opposta e parimenti orrenda della stessa medaglia, che poi sta a sottondere l’incapacità tutta italiana di vivere, accettare e gustare alla giusta distanza emotiva e dialettica la presenza di un grande campione, preferendo comportarsi a tratti da mandrie opposte di neo-latinos calientes e tontos.

E sinceramente non ho mai creduto al suo decimo titolo mondiale per un motivo molto semplice: perché Lorenzo va di più. Ne ha di più. E’ più dionisicamente giovane e efficace.

Puoi fregarlo quando piove, Jorge, se sbaglia, se becchi il warm-up giusto, magari di tattica o se sbagli meno di lui, se, se, se, ma alla fine della mangiata arriva il cameriere con la salvietta al polso che ti presenta il conto. E i punti di vantaggio in tasca erano paurosamente pochi per pensare di essere al sicuro.

Sai che c’è? I vecchi di solito perdono. Come perse Kenny Roberts a Imola con Freddie Spencer. O Ali con Holmes a Las Vegas. E’ nella natura delle cose.

Altrettanto sinceramente non ho mai pensato che ci volesse e ci vorrebbe la decima iride per glorificare Valentino Rossi in modo pitagoricamente perfetto, perché l’immenso Mike Hailwood di titoli ne ha vinti nove e mai un giorno nella vita qualsivoglia coglione gli ha mai rinfacciato di non averne vinti dieci.

Okay.

Ma quello che è successo domenica a Sepang è un fatto diverso, unico, che prescinde e trascende Valentino Rossi.

Valentino ci è capitato dentro, è come se non esistesse, è stato reagente e non agente degli eventi, ha risposto istintivamente e male, malissimo, ma la zampata scema inflitta è l’ultimo anello della catena di eventi che ha avuto un inizio ALTRUI e ALTROVE.

Per questo non serve a nulla riguardare le immagini dei primi giri di corsa, come non serve rianalizzare Phillip Island o a ritroso il contatto in Argentina o quello di Assen.

Il problema è alla radice e vive nell’incapacità psicologica di Marquez di accettare il concetto esistenziale di sconfitta.

Marquez quest’anno il mondiale non l’avrebbe vinto neppure se Valentino Rossi si fosse innamorato di lui e l’avesse sempre lasciato passare.

Questo per due motivi:
1) Perché la Honda, nei momenti cruciali, non era più la moto giusta.
2) Perché Marquez, conseguentemente, non è stato più il campionissimo semi-infallibile del 2014.

E per Marquez l’elaborazione psicologica della sconfitta – il procedimento interiore più delicato e critico che ciascuno di noi affronta nella vita -, è sfociata in un’interpretazione persecutiva insopportabile e superabile solo con lo sfogo persecutorio verso l’istintivo, apparente e simbolico emblema della sua frustrata voglia di gloria: Valentino Rossi.

Da qui si è arrivati, in un crescendo folle, prima a Phillip Island e poi soprattutto a Sepang, laddove, presumibilmente per la prima volta nella storia delle competizioni, un pilota non coinvolto nella lotta per il mondiale, né per classifica né per militanza di squadra, ha scientemente e unicamente pensato a distruggere la corsa altrui.

Nelle corse di oggi e di ieri da sempre vige un principio non scritto.

Se vuoi vincere un mondiale, ne puoi fare di ogni.
Se vuoi che vinca il tuo capitano o la tua Casa, pure.
Ma se a giocarsi il titolo sono due ALTRI rispetto a te, per classifica e marca, devi restarne fuori e fare la tua corsa, senza sconti o coltellate per nessuno dei due.

Marquez ha perseguito – e da prima della Malesia – il contrario algebrico di tutto ciò, accecato da un’ipertrofia dell’Io meritevole di attenzione più di uno specialista della mente che non di un direttore di corsa.

Come minimo, aveva la classe, la moto e il dovere di viaggiare con Pedrosa. E invece no. Ha aspettato il simbolo delle sue angosce per sublimarsi polverizzandolo.

I suoi giri-rissa di Sepang rappresentano uno dei momenti più vergognosi di tutta la storia delle competizioni a motore, se non dello Sport.

Macché complotti, Marquez non è stato punito perché non esiste una regola per reprimere la fattispecie di cui s’è reso protagonista, visto che nei secoli nessun legislatore sportivo aveva mai previsto che la frustrazione distruttiva di una mente, in quel momento privata dell’equilibrio di una scala valoriale ragionevole, potesse arrivare scientemente, premeditatamente e reiteratamente a tali punte estreme di scorrettezza frustrata e sterile.

Per una volta, quale che sarà il verdetto di Valencia, la grande, sorprendente verità del mondiale 2015, non riguarda né il vincitore né il perdente nel duello per il titolo e non interessa il presente ma il futuro della categoria.

La MotoGp è in mano a un campione immenso, Marc Marquez, un talento puro, un ragazzo destinato a diventare uno dei più ricchi del pianeta, ma che umanamente dovrà combattere tanto per dimostrare d’essere cresciuto e cambiato dalla domenica maledetta di Sepang.

Quel triste pomeriggio in cui dimostrò al mondo d’essere – gli auguro di tutto cuore momentaneamente -, semplicemente, nudamente e malinconicamente, un povero diavolo.

 

Mario Donnini



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