Suburra – Cinema con la C Maiuscola

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Forse alla fine il vomito che da anni, quasi decenni, il cinema italiano si vede arrivare addosso, grazie a film come Suburra inizierà a finire. Vomito pieno di grumi di incompetenza, pregiudizio, faciloneria e pigrizia. Vomito di chi confonde continuamente la produzione dei film con la distribuzione, non capendo che di film belli ne facciamo a valanga. E’ solo che non te li fanno vedere poi.

Che mica ci sono solo i Sorrentino, i Garrone, i Crialese e i Diritti. Ce ne son tanti.

Ma abbiamo bisogno di film come questi, straordinari esempi di cinema worldwide, per ripulirci un pò la nomea. La speranza è che grazie a questi esempi macroscopici poi, anche quelli micro, comincino ad essere apprezzati e ricercati.

Suburra è un filmone che travalica i confini italiani, pur trattando in maniera scientifica solo e soltanto dell’Italia, e va a sfidare senza alcun timore i migliori polar francesi, i meglio crime hollywoodiani e chiunque altro gli si pari davanti.

E’ La Grande Bellezza meno astratta, egotica e patinata.

E’ Non essere cattivo meno vero e disperato.

E’ la terza parte di quella che io, a questo punto, considero una trilogia romana di livello così alto che il resto del mondo deve solo guardare ammirato e, come dicono laggiù, non cacare er cazzo.

Trilogia di un regista che tutti dicono sopravvalutato: Sorrentino, di uno che tutti dicono sottovalutato: Caligari e di uno che ha la rarità di essere apprezzato per quello che vale: Sollima.

Già autore del cinematograficamente ottimo A.C.A.B (a prescindere dalle letture e dalle critiche piovutegli contro per i contenuti) e delle due serie cult Romanzo Criminale e Gomorra, Stefano Sollima, all’opera seconda, raggiunge già quello che, per alcuni, può rappresentare l’apice di un’intera carriera.

Suburra è un film formidabile, quasi inattaccabile.

A meno che non lo giudichi qualche “nazista” storico (come i grammar nazi ci sono anche quelli storici) che, dimenticando di trovarsi davanti un’opera di finzione, inizi a fargli le pulci per tutto quello che con Mafia Capitale c’entra nulla.

Come se la sparatoria al supermercato (superba scena) o il massacro al centro massaggi (ecco, questa narrativamente è la scena più incomprensibile) rappresentino fatti realmente accaduti.

No, Suburra è Mafia Capitale con ettolitri di sangue in più.

Suburra è morte, di tutti i tipi, quella di una giovane prostituta minorenne per overdose, quella di un uomo disperato per suicidio o quelle, tantissime, per omicidio. Morti su morti in un’escalation di violenza (compressa in soli 5 giorni) che sono il manifesto del cinema che è stato aggiunto ai veri fatti di cronaca.

Ma godiamoceli sti film senza storicizzarli troppo, che un tale mix di prove d’attore, regia, musiche e intrecci è roba da esserne orgogliosi.

Brindiamo alla nascita di un nuovo grande attore, quell’Alessandro Borghi già fenomenale in Non essere cattivo (sempre ad Ostia stava, incredibile). O alla scoperta tardiva di attori come l’Adamo Dionisi che interpreta il capo dei “Casamonica” (dai su, è evidente il riferimento a quella famiglia) in modo impressionante, roba da far rimpicciolire gli zebedei anche in sala. O la sorpresa di Amendola, l’unico personaggio del film sopra le righe, doverosa scelta poi, vista la “potenza” che deve suscitare a prescindere. O le due ragazze che, oltre ad essere notevolissime, sono (Greta Scarano, soprattutto) davvero perfette. E Favino che, non tenendo fede al suo cognome, ne impalma due insieme come non ci fosse un domani.

Tutti figli di mignotta in mezzo alle mignotte.

Anche qua, per la direzione degli attori, il grande merito è di Sollima: il film precedente e le due serie sono troppo indicative in questo.

Il prologo nel Vaticano, la pioggia mista a fuoco della gambizzazione, le scene di sesso di Favino, specie quella in montaggio alternato con la morte della baby squillo, il suicidio sul Tevere in campo lunghissimo (pioggia, fiumi e mare, questo è un film d’acqua come pochi), la straordinaria scena di Numero 8 che disegna sul vetro lo skyline della Ostia che (non) verrà, le già citate sparatorie, la morte di Numero 8 vista dalla mente quasi inerme e sconvolta dalla droga della sua ragazza, il finale.

Cinema con la C che più maiuscola non si può.

E io, che delle colonne sonore non parlo mai, non posso tacere stavolta perchè siamo su livelli vertiginosi.

Molti, già lo vedo, storceranno la bocca su questa sceneggiatura a episodi ed incastri che, invece, in due ore lega tutto che meglio non si può.

Certo, magari le coincidenze son tante, che è strano vedere vicende che alla fine riguardano in tutta Roma sempre le stesse persone, no? Ma meglio queste coincidenze che dei vuoti narrativi. E a scrivere ci sono Rulli e Petraglia (tra gli altri), non so se mi spiego.

C’è, a dire il vero, un eccesso di violenza: le già citate millemila morti di sopra appaiono esagerate, specie in un periodo di tempo così breve. E per quanto mi riguarda una sola vera scena sbagliata, per quanto suggestiva (quella del Casamonica e del cane).

Ma in questo grandissimo film ho trovato un vero colpo di genio.

Non qualcosa che c’è, piuttosto qualcosa che manca.

Le forze dell’ordine, i poliziotti, i magistrati, qualsiasi istituzione che potesse combattere questa infinita, violentissima e senza fine ondata di criminalità, beh, non la vedrete mai. Mai, nemmeno per un singolo istante. Malgrado morti, pistole che sparano, droga e prostituzione. E in questo film senza legge alla fine la legge, senza che l’abbiamo mai intravista prima, arriverà a fermare tutto in pochi attimi.

Il Governo cade.
Il Papa della Chiesa si dimette.
Il Papa della criminalità viene ucciso. Dall’ultima delle ultime poi, come il suddito delle più remote province che entra nel palazzo ed uccide il Re.

Roma è a terra.

E la pioggia che è caduta ininterrottamente per una settimana inizia finalmente ad uscire dai tombini. Non si sa quale significato abbia. Se esca a ripulire questa Sin City ormai in ginocchio o se serva per far uscire finalmente tutto lo schifo che c’era sotto.

Non ce ne frega niente.

Stavamo ancora pensando ad una vecchietta che, mangiando un pezzettino di torta, dice a suo figlio, al Re di Roma: “Non uscire, piove troppo”.

 

Giuseppe Armellini
ilbuioinsala.blogspot.it



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