Sicario – Estasi Cinematografica

Sicario
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La storia di una lotta senza quartiere, senza regole e senza confini.
O, forse, solo la storia di un uomo e della propria vendetta.

Se con soli due film mi ero azzardato a dirlo, adesso con tre mi sento un pò più tranquillo nel ribadirlo: Denis Villeneuve è uno dei più grandi registi moderni.

La folgorazione che fu “La Donna che canta” me l’aveva già fatto pensare, poi la conferma con “Prisoners”, uno dei veri grandi thriller hollywoodiani contemporanei, e adesso questo “Sicario”.

Buffo che del regista canadese mi manchi, tra gli altri, proprio “Enemy”, che vorrei vedere da due anni, ma che purtroppo rimando di continuo perchè tratto da un libro che amo infinitamente: “Uomo Duplicato” di Saramago. Mentre molte persone non resistono a vedere i film che più vogliono vedere per me è il contrario: sono quelli che rimando più a lungo.

“Polytechnique” invece non lo trovo, c’ho quasi rinunciato (non so se avete notato come tutti i titoli di Villeneuve, 6 su 6, siano composti da una sola parola, ricordando che il vero titolo della Donna che canta è “Incendies”).

Se Prisoners, come detto, era la dimostrazione di come si possano ancora fare grandi thriller milionari, allora Sicario ne è la conferma. Ed è giusto che a darla sia lo stesso regista.

Ci troviamo dalle parti, se proprio devo dare un titolo, di “Traffic”, ovvero storie di cartelli di droga, poliziotti corrotti e tanti tanti morti.

L’incipit, bellissimo, ricorda più il mondo dell’horror a dir la verità, con quella casa degli orrori che farebbe invidia a tanti film di quel genere. Ma, storia a parte, i primi minuti servono per capire che razza di regia sia quella di Villeneuve, piena di riprese aeree mozzafiato (le città nel deserto, il deserto stesso ed il viaggio delle cinque automobili tra i caselli), camera car impressionanti e di almeno 4, 5 tipologie diverse (non avrei mai detto che un camera car poteva avere così tanti usi), fotografia splendida (ma aspettate, perchè è alla fine che raggiungerà livelli altissimi), una fluidità sia nelle riprese statiche che in quelle dinamiche portentosa. Villeneuve è puro cinema, magari non puro “autore” come diranno quelli con la puzza sotto il naso (che se uno ha i budget poi autore non è più…) ma puro cinema. E sa dirigere gli attori come pochi. I protagonisti di Incendies, quelli di Prisoners, e ora la Blunt, il Del Toro e il Brolin (in un ruolo molto simile a quello di Vizio di Forma) di Sicario. Tutte prove memorabili.

In realtà non tutto funziona nel film.

(Attenzione: da qui in poi sono presenti spoiler)

Innanzitutto, credo che le parti migliori siano quella iniziale e quella finale. In mezzo, ad un certo punto per quasi un’oretta, si ha la sensazione che il film non decolli, che non abbia un propria storia principale, un obbiettivo; che sia soltanto una serie di belle scene che, alla fine, emotivamente non ti coinvolgono mai troppo. E’ come se guardassimo un encefalogramma piatto, non basso, anzi, abbastanza alto, ma pur sempre piatto. E il personaggio di lei l’ho trovato un filo esagerato nel suo essere per forza “dentro” la legge.

Il film racconta di criminali assassini che uccidono innocenti, che li torturano, che li mutilano (che scena quella dei corpi appesi, visti con una panoramica circolare dall’auto, che scena…), che comandano il confine tra Usa e Messico con i loro giri di droga. E per sgominarli non sempre si possono seguire procedure standard, anzi, è impossibile fermarli solo con quelle. Quindi io nel lavoro della squadra di Brolin e Del Toro ci ho visto un male necessario. Capisco il punto di vista di Kate (il personaggio della Blunt) ma non la sua, quasi “stupida”, ostinazione. E a questo proposito, in un personaggio così “puro” e senza macchie, ho trovato sbagliata anche la bellissima scena finale, quella della pistola puntata dal terrazzino. Per un personaggio che per tutto il film non accettava che si uccidessero criminali assassini mi è sembrato davvero fuori luogo che potesse anche solo pensare di compiere un gesto mille volte meno etico e giustificato.

Poi, sia narrativamente che visivamente, il film porterà ad un’ultima mezz’ora da estasi cinematografica.

Ecco allora il senso di tutto, ecco il vero obbiettivo di tutte quelle confuse operazioni all’apparenza quasi scollegate una dall’altra. Il film si trasforma e non è più la lotta tra lo Stato e i Cartelli, ma la vendetta di un uomo. Un solo uomo al quale sono state fatte cose indicibili. Ed ecco che anche il titolo acquista senso. Del Toro ritorna quello di 20 anni fa e nel finale regge da solo il film. Tutti gli altri sono dimenticati, non esistono più.

Prima, però, ci sono 10 minuti impressionanti, quelli del tunnel. Riprese in infrarossi, alcune a luce naturale del tramonto, altre “termiche”, poi quella sempre a luce naturale all’entrata del tunnel, poi le lanterne. E un montaggio grandioso che le alterna continuamente. Visivamente assistiamo a uno spettacolo che raramente vediamo in sala. Sì, magari molto videogame, ma bellissimo.

Ma avevamo parlato di Alejandro (Del Toro) e della sua vendetta. E lo ritroviamo in una villa di impressionante bellezza, seduto a tavola insieme ad una famiglia di messicani. “è il momento di vedere Dio”, dice Alejandro. Ma prima di farglielo vedere preferisce fargli vivere per almeno un minuto l’inferno sulla Terra. Quell’inferno che visse lui e che ancora lo brucia con le sue fiamme. Solo il tempo di fargli capire cosa si prova e poi parte l’ennesimo colpo di pistola, una pistola che non sbaglia mai. Rimane un campo polveroso da calcio dove si svolge un’irreale partita, degna di un famoso cartone animato di un tempo. Qualche sparo in lontananza, qualche altro piccolo giocatore che rimarrà orfano probabilmente.

“E’ una terra di lupi”, dice Alejandro. “Tu non lo sei, vai via da qui”.

 

Giuseppe Armellini
ilbuioinsala.blogspot.it



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