Dogtooth – Arte Greca

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Educazione: dal latino educere, in questo caso traducibile con “tirar fuori ciò che sta dentro”. Quindi solitamente un processo educativo dovrebbe servire a far emergere e al contempo formare delle attitudini mentali e fisiche già presenti nell’individuo.

Può esistere però un’educazione totale, una formazione ex novo impartita ad una persona? Un’educazione cioè che non tenga conto delle attitudini dell’individuo e delle regole della società in cui tale individuo vive, ma costruisca tutto a tavolino?

Questo sembra raccontare il meraviglioso Dogtooth, pellicola incredibile, quasi unica nel suo genere.

Tre fratelli vivono in una meravigliosa villa in aperta campagna. Il loro mondo conosciuto finisce lì visto che i genitori non hanno mai permesso loro nè di uscire nè di conoscere attravero altri canali (libri, televisione, film) quello che è il mondo al di fuori della loro casa e del loro giardino. L’educazione totale di cui parlavo prima (e individuabile abbastanza facilmente nel discorso che l’allevatore fa riguardo i cani, visti come creta da plasmare a piacimento dal proprio padrone) non finisce qua; anche il vocabolario dei ragazzi è in mano ai genitori cosicchè “escursione” diventa un materiale edile e “zombie” un fiore bianco di campo. E anche per quanto riguarda la sfera sessuale, mentre le due femmine sono lasciate in una condizione di totale ignoranza, al maschio vengono invece “offerte” prestazioni da una ragazza che arriva da “fuori”, portata in casa appositamente dal padre (che le mette una benda durante il percorso in macchina per tenerla all’oscuro di dove abitano).

Pellicola sconcertante, di glaciale bellezza, con decine e decine di sequenze talmente belle e pregne di significato da rendere la visione un piacere intellettuale quasi senza pari.

E così la spersonalizzazione dei ragazzi – nessun nome proprio, nessun altro posto dove andare, nessuno scopo, nessun desiderio (al massimo quello di vincere una matita a un gioco senza senso) – è perfettamente rappresentata dalla scena nella quale i tre cercano di raggiungere bendati la madre. E la stessa sequenza nella quale sono immersi nella piscina ricorda moltissimo la placenta materna, testimonianza della loro totale dipendenza dai genitori. Questo perchè tutto quello che accade deve essere ricondotto alla famiglia, non esiste niente al di fuori di essa (il riferimento divino è puramente voluto).

E così l’arrivo di un cane dovrà essere giustificato come se fosse stato partorito dalla madre, la musica ascoltata nello stereo è il nonno che canta, gli aerei che passano nel cielo – unica interferenza del mondo normale che, giocoforza, i genitori non possono “controllare” – sono dei modellini di 10 cm che ogni tanto cadono in giardino. Come in The Village i ragazzi non possono avventurarsi oltre i propri confini e non solo perchè li aspettano mostri mangiauomini (i gatti) ma perchè dovranno prima aspettare la caduta dei propri denti canini (vedi titolo) per poter esser considerati pronti.

Poi la VHS di Rocky, vista per sbaglio dalla figlia maggiore, sarà un vero punto di svolta perchè comincerà ad instillare più di un dubbio nella ragazza fino a farla arrivare alla voglia di non viver più come bruti ma seguir quella canoscenza finora negata. Passerà rapidamente dall’indifferenza verso ciò che potrebbe esserci oltre lo steccato (praticamente la sua vita fino ad ora), alla speranza (“non ti sembra che il mio canino sia traballante?”) fino ad arrivare alla terribile azione, la rottura del canino, gesto che se da un lato sembra sovversivo nei confronti del padre, dall’altro dimostra quanto rispetti e creda ai suoi dettami.

Uscendo un attimo dalla materia trattata è giusto ricordare come Dogtooth sia comunque fiction cinematografica. Quindi una citazione ai formidabili attori (tutti strepitosi, dal primo all’ultimo) e alla regia di Lanthimos è doverosa.

Ovvio che il pensiero vada ad Haneke: la glacialità della regia e delle location, il ritmo filmico, il tipo di inquadrature, l’essenzialità del parlato, gli improvvisi e fortissimi scatti di violenza, l’atmosfera “densissima”, la quasi totale impossibilità per lo spettatore di empatizzare con i personaggi… tutto rimanda al genio del regista austriaco.

Lanthimos ci regala una perla dopo l’altra.

E il finale è qualcosa di portentoso, da un lato tanto odioso ed insopportabile verso lo spettatore, quanto dall’altro perfettamente coerente col resto della pellicola. Per la bellezza della scena, per il metodo che usa, quello della sospensione tanto simile a un’apnea, e per il significato narrativo (più ipotesi vere allo stesso tempo) mi ricorda l’altrettanto meraviglioso finale di Lourdes.

Dogtooth non è un film surreale, non oltrepassa minimamente il senso di realtà. Dogtooth racconta semplicemente una realtà-altra rispetto a quella che conosciamo, una realtà che può sembrare assurda e inconcepibile ma purtroppo, da qualsiasi lato la si guardi, è una realtà che sembra dannatamente possibile.

Sarà per questo che mette i brividi.

 

Giuseppe Armellini
ilbuioinsala.blogspot.it



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